Imparare a fare il kimchi da mia suocera

Il primo kimchi non mi è venuto. Il secondo neanche. Il terzo l’ho fatto piangendo accanto a una donna che parlava una lingua che non capivo.

Kyeong-uk rideva — quel ridere che fanno quando sanno esattamente cosa stai pensando ma aspettano che lo dica tu.

Troppo salato, diceva.

Troppo morbido.

Troppo italiano.

La ricetta online mi aveva promesso precisione: grammi pesati, tutorial infiniti, step by step nella mia lingua. Nessuno aveva avuto il coraggio di mangiare quella gelatina rossastra che avevo prodotto a Mantova.

Poi sono arrivata a Los Angeles, nella cucina di sua madre.

Barattoli ovunque. Riso sempre pronto nella cuociriso. Forbici da cucina appese al muro come fossero arte. Il profumo di aglio e sesamo impregnato nei mobili come fondamenta della casa. Io ero lì con le mani rosse di gochugaru dopo cinque minuti, il grembiule legato male.

Lei parlava solo coreano. Io capivo qualche parola dai drama, le etichette delle salse, i nomi dei piatti.

Ha indicato il cavolo, poi il sale. Mi faceva assaggiare la salsa con il dito. Scuoteva la testa quando sbagliavo. Rideva piano quando provavo a pronunciare gli ingredienti come fossero cognomi italiani.

A un certo punto ha preso il cavolo dalle mie mani e mi ha guardata.

Il kimchi muore se non senti quando è pronto.

Non lo ha detto con le parole. Non ne avevamo abbastanza per questo.

Ho provato di nuovo. Peggio.

E lì, seduta a quel tavolo americano pieno di cose coreane, ho iniziato a piangere.

Lei non ha fatto grandi gesti. Mi ha rimesso i guanti pieni di peperoncino tra le mani e ha continuato accanto a me. Ha ignorato i dubbi di suo figlio. Abbiamo finito quel kimchi foglia dopo foglia, lei da una parte della ciotola, io dall’altra.

Le mani diventavano dialetto.


Più tardi, assaggiandolo, ho capito una cosa.

In molte famiglie coreane l’amore non si dice. Si serve. Si fermenta piano. Si lascia riposare finché non diventa qualcosa di così salato, così necessario, che smette di sembrare un gesto.

Diventa casa.

E la casa non parla. Ti accoglie.

밥상은 사랑이다.


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Una risposta a “Imparare a fare il kimchi da mia suocera”

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