Sapori → Soju
Un teaser con V dei BTS ha riacceso i riflettori sul soju. Ma dietro quella bottiglia verde c’è un secolo di storia — e un modo tutto coreano di stare a tavola. Partiamo dai riflettori e scendiamo fino al bicchiere.
Il 9 luglio è uscito un teaser di diciannove secondi che ha fatto il giro del mondo: V dei BTS, dentro un ascensore, capelli bicolore, che si affaccia stringendo una scatola con il logo Jinro. Con quel video V è diventato il primo ambassador globale nella storia del marchio di soju (소주) più famoso della Corea. Una notizia che sembra parlare solo di K-pop e marketing — ma dietro c’è una delle cose più coreane che esistano. Facciamo il percorso al contrario: partiamo dalla news e scendiamo fino alla tavola, dove il soju è nato e vive ancora oggi.
V dei BTS, primo ambassador globale di Jinro
HiteJinro ha annunciato che V è il primo ambassador globale nella storia del marchio: non un dettaglio da poco, in un settore in cui le campagne del soju sono state a lungo affidate a top model femminili — da Lee Hyori a Suzy fino a Jennie. V è tra i pochissimi uomini a diventare il volto di un grande brand di soju, e succede a IU, che di Jinro era ambassador solo per il mercato coreano. Il messaggio è chiaro: da qui in poi si guarda al mondo.

E il momento non è casuale. Proprio in queste settimane i BTS stanno attraversando il pianeta con l’ARIRANG World Tour, il più grande della loro carriera, tra stadi europei e americani sold out. La Corea, insomma, sta viaggiando il mondo in due modi allo stesso tempo: con la musica e con la sua tavola. I numeri di Jinro raccontano la stessa storia: è il distillato più venduto al mondo da 25 anni consecutivi secondo la rivista britannica Drinks International, con 94,5 milioni di casse vendute nel 2025 e un +9% di vendite all’estero. Non più una nicchia esotica: un linguaggio che, ovunque, si è imparato a capire.
Cos’è il soju
Il soju (소주) è un distillato coreano limpido, incolore e dal sapore pulito: è, a tutti gli effetti, la bevanda nazionale della Corea del Sud. Non si beve da meditazione, come un whisky: si beve insieme, freddo, quasi sempre a tavola e accanto al cibo. È il compagno di un barbecue, di uno stufato fumante, di una serata tra amici — mai un protagonista solitario.
Una cosa che sorprende chi lo scopre oggi è quanto sia morbido. Alle origini il soju era un distillato robusto, intorno ai 35% di alcol; nel tempo la gradazione si è abbassata sempre di più, fino ad arrivare oggi intorno ai 16%. C’è un motivo storico dietro questa evoluzione, e c’entra proprio Jinro. Ma prima una distinzione utile: esiste il soju distillato tradizionale, più artigianale e legato a città come Andong, e il soju diluito moderno — quello della bottiglia verde da supermercato — nato per essere accessibile, economico e leggero. La distillazione, in Corea, non è una novità: arrivò già nel XIII secolo, durante la dinastia Goryeo. Il soju come lo conosciamo oggi, però, è figlio del Novecento.
Jinro: cent’anni di storia in una bottiglia verde

Se c’è un nome che coincide con la parola “soju”, quello è Jinro. Il marchio ha compiuto cent’anni nel 2024, e la sua storia è anche la storia di come è cambiata la Corea.
1924 — la nascita e “la vera rugiada”
Jinro nasce nel 1924, con la fondazione della Jincheon Liquor Company in una zona dell’attuale Corea del Nord famosa per le sue acque pulite. Il nome stesso è poesia: 진 (jin, “genuino, vero”) e 로 (ro, “rugiada”) — “vera rugiada”, un’immagine ispirata alle goccioline che si formano durante la distillazione, limpide come la rugiada del mattino. Il primo soju Jinro era distillato al 100% da riso e arrivava a 35% di alcol: tutta un’altra bevanda rispetto a quella di oggi.
Dalla scimmia al rospo
Una curiosità che adoriamo: la mascotte originale di Jinro non era il celebre rospo, ma una scimmia, animale associato alla fortuna nelle province nord-occidentali dove il marchio era nato. Con la divisione della Corea e il trasferimento a Seoul, la scimmia perse il suo significato positivo, e nel 1954 fu sostituita dal rospo (두꺼비, dukkeobi), simbolo di prosperità, longevità e buona sorte. Da allora quel rospo non ha più lasciato l’etichetta: nel 2019 è persino tornato di gran moda tra i giovani, in piena onda “newtro” (nuovo + retrò).
Dal riso ai cereali, e il verde che tutti conosciamo

Ecco perché oggi il soju è così leggero. Nel dopoguerra, tra le carenze alimentari, il governo coreano vietò di usare il riso per distillare alcolici. I produttori, Jinro compreso, passarono ad altri cereali e amidi — orzo, patata dolce, tapioca — e da lì il soju diventò in gran parte “diluito”. La bottiglia assunse il suo iconico colore verde nel 1994, e nel 1998 arrivò la vera rivoluzione: Chamisul (참이슬), filtrato al carbone di bambù, più pulito e più morbido, che ruppe lo stereotipo secondo cui il soju dovesse per forza essere forte al 25%. È il momento in cui il soju smette di essere “roba da uomini duri” e diventa la bevanda di tutti.
Il rito del soju: come si beve davvero in Corea
Qui arriva la parte che ci sta più a cuore, perché il soju non è mai stato soltanto una bevanda: è un gesto. La prima regola è la più bella: non ci si versa mai da soli. Si riempie il bicchiere dell’altro, e si aspetta che l’altro riempia il nostro. È un piccolo patto di attenzione reciproca, un modo silenzioso per dire “ci sono”.
Con gli anziani (어르신, eoreusin) il gesto si fa ancora più curato: si versa con due mani, il capo leggermente chino, e spesso si beve girandosi di lato per rispetto. Kyeong-uk lo fa in automatico, come si respira — ed è una di quelle cose che, la prima volta che le vedi, ti spiegano la Corea meglio di mille parole.
E poi c’è il gesto più scenografico di tutti: il “tornado” (회오리주, hoeori-ju). Prima di aprire la bottiglia, si fa roteare il polso per creare un piccolo vortice al suo interno. Nasce da una vecchia abitudine — “svegliare” e mescolare il soju — ma oggi è soprattutto un rito conviviale, un modo giocoso per dire “si comincia”. Provalo la prossima volta: un colpo di polso e guarda il tornado formarsi.


Perché il soju sta conquistando il mondo
Se oggi il soju è ovunque, gran parte del merito è della Korean wave. Milioni di persone lo hanno visto per la prima volta in un drama: due personaggi seduti a un tavolino, la bottiglia verde nel mezzo, il gesto di versare l’uno per l’altro. Non stavano guardando “un drink”, ma un rituale intimo di connessione. Da lì alla curiosità di provarlo il passo è breve — e la bottiglia verde è diventata un’icona pop riconoscibile dai bar di Seoul ai locali di Londra e Los Angeles.
La scelta di V come primo ambassador globale, in fondo, chiude un cerchio: il volto della più grande band del mondo che accompagna la più coreana delle bevande fuori dai confini di casa. Se ti incuriosisce l’universo K-food legato ai BTS, abbiamo raccontato cosa mangiano i sette membri con ricette da provare a casa e l’ascesa del loro brand di istantanei e drink.
E qui ti confessiamo una cosa che ci fa sorridere: quel soju, un tempo, lo vendevamo anche noi. Quando avevamo il nostro e-commerce, la bottiglia verde di Jinro era tra i prodotti che finivano più spesso nei vostri carrelli — e ogni volta che la impacchettavamo era un po’ come spedire un pezzetto di Corea a casa di qualcuno. Ci abbiamo pure infilato il cuore fino in fondo: nelle nostre bomboniere di nozze abbiamo regalato a ogni invitato un bicchierino da soju (소주잔, sojujan). Perché in fondo è questo che ci piace del soju: non conta il contratto milionario per portarlo nel mondo. Basta un bicchiere versato con due mani.


Per continuare il viaggio
- Banchan: la filosofia della tavola coreana — perché in Corea si mangia (e si beve) sempre condividendo
- Jeon: il gusto del fritto nei giorni che contano — il compagno di tavola perfetto per un bicchiere di soju
- Street food coreano, da Seoul a Jeju — dove il soju incontra i banchetti dei mercati
E tu, il soju l’hai già provato? Raccontacelo nei commenti o taggaci su Instagram — siamo curiosi di sapere con quale piatto lo abbini.
Contenuto a carattere culturale, riservato a un pubblico maggiorenne. Bevi con moderazione.
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