Prima di Scaffale Coreano, così come è oggi, c’era un piccolo e-commerce di cibo coreano che gestivamo noi due. È nato da un appuntamento in un supermercato. Ve lo raccontiamo — a due voci.
Ci siamo conosciuti a Los Angeles, quattro anni fa. E se dovessi indicare il momento preciso in cui ho capito che con quest’uomo ci sarei rimasta, non è stato a cena a lume di candela: è stato in un H Mart, tra una vasca di kimchi e uno scaffale di ramyeon.
Per chi non c’è mai entrato: un H Mart non è un supermercato, è un pezzo di Corea trapiantato altrove. La catena di alimentari coreani dove la diaspora va a ritrovare casa — il profumo giusto, le marche dell’infanzia, il banco dei banchan. Per me, quel giorno, era un mondo intero da scoprire.

Per me l’H Mart era la normalità: ci andavo da sempre. Ma vedere Francesca incantata davanti a cose che per me erano ovvie mi ha fatto guardare il mio Paese con occhi nuovi.
Kyeong-uk
Da quel giorno mi è rimasta un’idea fissa: riportare quella sensazione in Italia, dove un H Mart non esiste. Lavoro nel digitale, così la strada l’ho vista subito — un e-commerce. Non un negozio qualsiasi: il nostro modo di apparecchiare una tavola coreana per chi, da noi, non sapeva nemmeno da dove cominciare.
Il nostro scaffale, prima di questo
Così è nato il nostro shop. Vendevamo online quello che amavamo davvero — gli snack, i tè, il soju, le mandorle HBAF firmate BT21, il kombucha con i TinyTAN, le gommose ORION. E ogni tanto succedeva la cosa più bella di tutte: qualcuno scopriva un sapore per la prima volta.
Come Valeria, una cliente a cui abbiamo fatto conoscere il kimchi. Sembra poco, ma per noi era tutto: significava che quella cosa che amavamo stava attecchendo in una casa nuova, in un’altra lingua.
La parte che mi emozionava di più, però, erano i pacchi. Pensare che una scatola preparata da noi, con dentro un pezzo di Corea, stava per arrivare a casa di qualcuno — la nostra tavola che viaggiava, che entrava in cucine che non avremmo mai visto.




Quello che non si vede dietro un pacco
Non che fosse tutto liscio, sia chiaro. Abbiamo imparato a nostre spese che il pluriball economico e le bottiglie di soju non sono fatti per andare d’accordo. E che ottenere il permesso per vendere alcolici, in Italia, richiede una pazienza che nessun corso di e-commerce ti insegna: tempi lunghi, moduli, attese.

Il momento più assurdo? Un pacco di soju arrivato in mille pezzi. Ma vedere degli italiani innamorarsi di piatti che per me erano semplicemente casa: quello non me lo aspettavo.
Kyeong-uk
Poi la vita è cambiata. Nuovi programmi, e un’esistenza sempre più divisa tra Stati Uniti e Italia: non riuscivamo più a essere sempre in magazzino, a impacchettare, spedire, esserci. Lo shop ha rallentato. Non è finito male — è solo diventato incompatibile con la vita che stavamo costruendo.
Ritrovarci sugli scaffali di qualcun altro
Per questo, quando qualche settimana fa sono entrata nel primo Olive Young d’America, a Pasadena, e ho ritrovato quegli stessi prodotti — le mandorle BT21, il kombucha coi TinyTAN, le gommose ORION — sugli scaffali di una catena da mille negozi, ho sentito due cose insieme. Orgoglio, perché quelle cose le avevamo scelte, amate e spedite noi, con le nostre mani, prima che arrivassero qui in grande stile. E un po’ di magone, per tutta la gioia e tutti i sacrifici che quegli scaffali, per noi, si portano dietro.



Cosa ci è rimasto
Ma se ripenso allo shop, non è la stanchezza che mi resta. Sono le persone — le Valeria, i clienti diventati amici — e tutto quello che abbiamo imparato lungo la strada. Perché, a pensarci bene, un e-commerce di cibo coreano era solo un modo più complicato di fare la cosa che facevano mia nonna e la halmoni di Kyeong-uk: riempire la tavola di qualcuno a cui vuoi bene.
밥상은 사랑이다. La tavola è amore. Il nostro primo H Mart tutto nostro non aveva scaffali di metallo tutti luccicanti: aveva dei cartoni, del pluriball (imperfetto) e due persone che ci credevano. Scaffale Coreano, oggi, nasce da lì.

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