Scaffale Coreano

C’è una parola in coreano che Kyeong-uk usa senza pensarci, come si usa il respiro. 보고싶다 – bogoshipda. Letteralmente: voglio vederti. Ma la traduzione è già una perdita, perché toglie il corpo alla cosa. In italiano diciamo mi manchi e facciamo dell’assenza qualcosa che ci accade, una pressione esterna che arriva e preme. In coreano no: sei tu che vuoi. Sei tu che hai fame di guardare qualcuno. Il verbo è 보다 – vedere – e il desiderio parte da dentro, non arriva da fuori.

La prima volta che l’ho sentita ero a Los Angeles, in vacanza. Era luglio, il 4 – il mio compleanno – e Kyeong-uk aveva organizzato una cena al 71 Above, settantunesimo piano, LA tutta sotto. Di fronte, quasi alla stessa altezza, c’era il Wilshire Grand con la sua corona LED e il suo logo Korean Air.

A un certo punto lui ha preso il telefono, ha parlato con sua madre, e io ho capito solo i toni – la cadenza, il momento in cui la conversazione rallentava. Dopo ha riattaccato e mi ha spiegato. Le aveva detto 보고싶다 – che in coreano si traduce con “mi manchi” ma non funziona come in italiano. Non è la madre che manca a lui. È lui che vuole vederla. Il fuoco è ribaltato: non subisci l’assenza, la cerchi.

Non sapevo ancora il coreano (non che adesso ne sappia tanto di più eheheh). La parola me la sono portata dietro senza capirla del tutto, come si fa con le cose che senti che contano. L’ho imparata dopo, durante la LDR – mesi in cui la distanza aveva bisogno di parole precise, e quella era la più precisa di tutte. Sei tu che vuoi. Sei tu che hai fame di guardare qualcuno. In italiano diciamo mi manchi e facciamo dell’assenza qualcosa che ci accade. In coreano no.

Ci siamo conosciuti lì, quattro anni fa, complice un viaggio organizzato che non avevo programmato di far diventare altro. E invece.

보고싶다.

Questo luglio lo scriviamo con qualcosa in meno in casa. Bene se n’è andata, e il silenzio che ha lasciato è di quel tipo preciso che non sai dove mettere. Non è un dolore che si racconta facilmente – non trova sempre parole adatte nelle conversazioni normali. Eppure è presente, quotidiano, nei gesti più piccoli. Cerchi qualcosa con lo sguardo in un angolo della stanza. Lasci un po’ di spazio sul divano senza accorgertene. Guardi prima di chiudere la porta, per abitudine, anche se sai già cosa troverai.

Kyeong-uk cucina nei momenti difficili. Quando le parole non arrivano, agisce – tira fuori la carne dal frigo, prepara il pajeon, aspetta che l’olio sia caldo. Il tteokgalbi vuole tempo: si lavora a lungo, si cuoce piano. Il pajeon odora di mare e cipolla bruciata ai bordi – in Corea si mangia quando piove, quando non si ha voglia di uscire nel mondo. Non sono ricette per un’occasione.

보고싶다 non ha bisogno che l’altra persona possa rispondere. Non chiede raggiungibilità. Con la coda dell’occhio mi sembra ancora di vedere la Bene per casa – qualcosa che era tutto e ora non è niente. Gli occhi cercano lo stesso.

Lo spazio sul divano è ancora lì. Probabilmente ci resterà.

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