A Napoli si mangia in piedi, dal cuoppo, con le dita, mentre la città continua a muoversi intorno. Quest’estate ci siamo trovati a farlo tra Spaccanapoli e il Vomero – il fritto ancora caldo che scotta la carta, le sfogliatelle prese al volo, la voce di chi vende che entra nella tua conversazione senza chiedere permesso. Da Tutino, a Porta Nolana, ci siamo fermati ai tavoli alti a gustare la pizza a portafoglio e a mangiarla veloce, in piedi, in mezzo al mercato che urlava intorno. E per un attimo, in quel disordine felice, mi è sembrato di essere a Seoul.

Perché in Corea esiste una cosa quasi identica nello spirito, anche se lontanissima nella forma: il 포장마차 (pojangmacha), letteralmente «carro coperto da un telo». Sono i carretti-tenda che la sera si aprono ai bordi della strada, teli arancioni illuminati da dentro, dove ci si ferma in piedi o su sgabelli di plastica per un piatto caldo – tteokbokki, odeng, qualcosa di fritto – due chiacchiere e un bicchiere di soju. Non è un ristorante e non è casa: è un terzo posto, quello dove la città si ferma a mangiare senza smettere di essere città.

Due luoghi agli antipodi del mondo che, davanti al cibo di strada, dicono la stessa identica cosa: mangiare non è un fatto privato. Non ci si nasconde per farlo. Lo si fa in mezzo agli altri, esposti, un po’ sudati e nessuna vergogna.

Kyeong-uk, davanti alla frittura napoletana, non vede niente di esotico. Vede un gesto familiare – glielo leggo in faccia. È lo stesso del cibo che in Corea si mangia in piedi, felici, appiccicati agli sconosciuti sotto un telo di plastica. Lui a Napoli era in missione: alla ricerca del pranzo perfetto, e poi della cena perfetta, con la serietà di chi certe cose non le prende alla leggera. E io, che a Seoul davanti a un pojangmacha avevo riconosciuto qualcosa di casa, a Napoli lo guardavo riconoscere la stessa cosa, al contrario.

Certi gesti – condividere e mangiare in piedi ridendo – non appartengono a nessuno. E per questo appartengono a tutti.

C’è però una terza cultura, ed è la nostra: quella di una cucina italo-coreana dove il cuoppo e il pojangmacha finiscono sullo stesso tavolo. Non è fusione – non mescoliamo gli ingredienti per inventare un piatto nuovo. È qualcosa di più semplice e insieme più difficile: tenere insieme due modi di stare al mondo senza costringerli a diventare uno. Il fritto di paranza accanto al pajeon. Il soju versato come si versa il vino, cioè agli altri e mai a sé stessi.

Forse è questo il senso di Tre Culture a Tavola: non fondere, non confrontare per decretare un vincitore, ma accorgersi che sotto le differenze c’è una grammatica comune. La strada, in fondo, è la cucina più democratica che ci sia — non chiede prenotazione, non chiede etichetta, chiede solo di avere fame insieme. E noi, tra un cuoppo e un pojangmacha, abbiamo sempre avuto fame delle stesse cose.


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